Archiviato in: collaudo | Tag: compleanno, guerrilla gardening, maniacale, regali
Vi presento con un certo orgoglio il regalo ricevuto qualche tempo fa in occasione del mio compleanno.

Il contenuto testimonia come i miei amici siano consci della monomaniacalità che periodicamente mi affligge. Ciononostante seguitano a comperarmi qualsivoglia argagno sia in quel frangente consono alla passione del momento. Eheh, cheers then!

Archiviato in: Stati | Tag: bergamasche, festambinete, lewisham, london, londra
Abbandonate le piacevoli lande di Lewisham e dintorni, sono rientrato ieri in pianura Padana, Felice di ritrovare il caffè e poche altre cose. Questo mese è trascorso come fosse stata una settimana. In compenso ho perso la mia mappa A to Z, che ho affidato ad uno dei miei pupilli al momento dell’imbarco. Sono deciso a ritrovarla, comunque.
Dovrei fare un bilancio dell’esperienza, ma davvero non ne ho voglia e forse non c’è molto senso. Unica cosa è che il maledetto esame non l’ho studiato poi molto. Ma devo poi ammettere che sono stato piacevolmente sorpreso dall’incontro con i 17 / 18 -enni. Mi hanno lasciato un timido bagliore di speranza.
Avevo promesso di narrare le epiche vicende dei giovinetti che mi erano stati affidati, ma ci ho ripensato. Vi dico delle tre sgallettate che sono arrivate nella mia mini-dimora l’ultima settimana. Ve le presento: tre giovinette provenienti da Bergamo, la prima delle quali puzzava proprio da oratorio, sorriso e maniere affettate anche alla mattina alle 7,30. Entusiasta, più per obbliogo che per convinzione. A fianco la collega di mezzo, già stanca di Londra-Lewisham al secondo giorno. Critica ma con un senso di pragmatismo. La terza era la migliore del trio norditaliota: con una perenne espressione di schifo sul volto, non ha mai sorriso. Spocchiosa e con un innato ed ingenuo senso di superiorità, la giovine ritiene che Londra sia solo Harrods, West-End e Piccadilly . Non credo che il concetto di metropoli la sfiori nemmeno. Forse pensa che Londra sia il set di una soap di cui lei è la guest-star. L’incontro con Lewisham- Catford le è stato fatale: in quale fine del mondo vivo? Tanto più la zona è distante dalle sue immaginazioni, tanto più rafforza il concetto che quella non può essere Londra. Il passaggio: “allora Londra è anche questo” non c’è. O tutto è luci e negozi o nulla. Fair enough. Ma non so se girando tra le lussureggianti strade di central London con il suo miglior maglione Abercrombie & Fitch (sì, è una mania-ossesione dei giovincelli) arriverà ad apprezzare quell’organismo autonomo con dinamiche tutte interne che è una metropoli come Londra, apprezzare anche Lewisham-Catford come parti di questo mondo. I miei pupilli, almeno alcuni, lo hanno certamente fatto.
Ora mi trovate al Banchetto di GGVi a Festambiente a Vicenza per l’ultima giornata. Passate a Salutare me e donateci supporto, terra piante e soldi!

Archiviato in: Stati | Tag: abercrombie & Fitch, bromley, croydon, lon, london, londra, orpington
Sono ancora vivo biologicamente e mentalmente, molto meno virtualmente. Non avere internet a casa mi taglia fuori da molte cose, soprattutto da venerdì scorso quando ho iniziato a girare londra in lungo e in largo per andare a visitare tutt i posto di lavoro dei miei pupilli. Sono quindi passato per zone che avevo sono sentito nominare come fossero leggende metropolitane. Sono metropolitane e non sono leggendarie. Stamane Orpington, Bromley e East Croydon. Sì, esistono. E non fanno nemmeno troppo schifo.
storielle sulle miei giovani? una solo parola:
Abercrombie & Fitch
ah mio dio.
Archiviato in: Stati, Suggestions | Tag: for a minor reflection, gig, hook and the twin, kobenhavn store, london
Mentre una sconscusionata grida sulla strada a tal punto che io al terzo piano della biblioteca riesco a sentirla, inizio a raccontare di ieri. Oggi sono sordo, ma va bene così. Sia perchè così non sento le mie studentesse vocianti che mi parlano, sia perchè ne è valsa la pena. Finalmente sono riuscito a vedermi un concerto. Strano quindi che oggi non diluvi.
Su suggerimento della tenutaria di questo blog qui (Chronicles of a Londoner Groupie), che ringrazio nuovamente, sono andato a sentire questo gruppo qui (For a Minor Reflection) accompagnato da due dei miei baldi studenti. Completamente a scatola chiusa, sono stato estasiato dalla performance. E pensare che non avevamo nemmeno capito chi fossero visto che giravano da un’ora nel locale. Pure il gruppo spalla m’è piaciuto molto, gli Hook and the Twin, con loro relativo spazio.
Che fosse il desiderio di farmi una bella serata ad un concerto? Che fossero davvero bravi? O forse l’attitudine simpatica e il tipo di musica? Mi è venuto in mente quando la tenutaria di questo altro blog qui mi consigliò il concerto di quest’altro gruppo qui che gradii molto.
Siamo poi andati a ripescare 4 delle nostre festanti ragazze uscite da 3 ore di un massacrante Romeo e Giulietta in piedi al Globe. Era simpatico vedere come una di loro stava sul treno diretto a Lewisham tenendo tranquillamente in mano la scintillante borsina azzurra marchiata “Tiffany”.
Siamo finiti nella trasmissione della clerici e non ce ne siamo accorti? Stanno insorgendo disordini alimentari e io guardavo dall’altra parte? Nonostante qui il cibo sembri essere l’argomento prediletto degli stranieri in terre britanniche, come il tempo per ospitanti del resto, io non risento ancora della questione.
Io e il cibo alla fine abbiamo un rapporto semplice. A pensarci ora – sì perchè i post che qui scrivo sono più un flusso di coscienza per vostra sfortuna – il cibo è sostanza per riempire lo stomaco urlante, pretesto per una cena-ubriacatura in compagnia (festin-feston) ed anche sfogo per i miei momenti maniacali. Ah pure la curiosità a dire il vero. Quindi passo da sandwiches del supermercato, a cibo etnico di dubbia provenienza e autenticità all’italiana pastasciutta alla carbonara. La porchetta rimane però un must.
Come è comprensibile vi scrivo appena terminata la mia pausa pranzo tra uno studio e un altro. Uscito dalla biblioteca mi son diretto verso il supermercato. All’improvviso come sulla via di damasco ho visto un diner. Chiamiamola Tavola calda, che fa tanto film doppiato male. Ma alla fine non sono bar, non sono dei ristoranti e hanno una scarsa idea della differenza tra colazione e pranzo. Io l’avevo individuato da un po’ di tempo: sempre affollato a discapito del suo rivale dalla facciata rossa, è pieno di cartelli di offerte gastronomiche. Oggi mi ci sono fiondato dentro, come se lo spirito santo sceso su di me mi ci avesse guidato.
Sono entrato, ho preso posto su un mini-tavolino da 2 persone (leggi per gli sfigati che mangiano soli) e ho letto il menù plastificato. C’era tutto e con nomi non sempre chiari ma con quel fascino esotico. Evitando le traduzioni da me conosciute (reni, fegato e cose così) mi sono fiondato sull’ipocalorico salsiccia, purè e cipolla. E poi caffè per svegliarmi. Clientela working-class, camerieri cinquantenni con camicia aperta fino alla panza, pronuncie inlgesi tra le più variopinte, cameriera svogliata e sciatta. Hanno meritato i miei 80p di mancia. E domani shepard’s pie and 2 veg.
Prossimamente vi racconterò delle avventure dei miei pupilli, giusto per tenervi svegli e aggiornati.
Brighton ieri. Sole, spiaggia sassosa, riposo estremo, frikkettoni, concerti sulla spiaggia. Oggi arrossamenti da tedeschi a Jesolo, creme spalmate per chi le ha. Ma chi si porta la crema solare in Inghilterra?
Ottimo weekend. That’s for sure.
Ogni volta che il cellulare suona sussulto. O sono problemi dei ragazzi o è l’ufficio londinese che mi causa problemi. Oggi sono stato a sistemare una faccenda di rimborsi e ricevute con La signorina no-smile. Ma oggi sorrideva. Che sia il “casual friday”?
comunque l’unica cosa che mi viene in mente ora è: ho dimenticato a casa il quaderno degli appunti. Hope not. E ancora mi viene in mente di lasciarvi questo link qui.
Si verifica lo strano fenomeno per cui nessuno nella biblioteca si siede vicino a me, creando ambivalenti zone di alta densità demografica e il deserto dei tartari dove sono io.
Poche cose mi mettono subito di buon umore quanto viaggiare in autobus. Data la disastrosa settimana appena trascorsa, unici momenti di rifugio erano i viaggi in autobus.
Non che mi ricordassero di alcun viaggio infantile o dei bei tempi dorati della scuola dato che a scuola ci andavo a piedi e che la mia memoria inizia ai 14 anni. Semplicemente è una bella sensazione e mi sento a casa. I miei familiari non credo apprezzerebbero il paragone della loro dimora con un double-decker londinese colmo di assonnati immigrati e londinesi. Ma io onestamente ci sto bene nello spazioso autobus rosso. Ma dato che ne ho già discusso, deve proprio essere un tema a me caro.
Forse è per il gusto vagamente esotico: siamo a Londra* , è una zona a maggioranza africana-cataibica. Al di là delle espressioni politicamente corrette, la popolazione nera di questa zona rende il tutto più colorato. I bimbi in autobus sono uno spettacolo da guardare, nel senso che sono esteticamente proprio belli, le donne hanno un’innato senso dell’estetica. Beh non tutte, ma anche in quell’attitudine tamarra da J-lo ce lo vedi la proudness.
Mi vedo costretto a riformulare la mia gloriosa teoria sull’inutilità dell’ombrello a Londra. Basata su prove empiriche, decisi fieramente che qui la pioggia è intermittente e molto fine, quindi si può tranquillamente lasciare a casa l’ombrello. Sono due giorni che il sottoscritto in nome della sua personale geniale trovata vaga a zig-zag cercando rifugio sotto insegne, cornicioni, androni e qualsiasi rientranza per evitare di infradiciarsi. Non posso più proclamare la superiorità del clima anglosassone: quando piove piove.
Notate come sia già entrato nello sprito british: parlare del tempo atmosferico è un tale argomento comune di conversazione; solo che significa che sono alla frutta. Anche oggi beneamata library, poi sfiderò le intemperie e soprattutto lo sciopero della Tube per andarmi a bere una birra con Edward alla Fitzroy Tavern. Preferirei un posto nuovo, ma almeno quello so dov’è.
more to come.
(* uso la dizione ufficiale anche se personalmente la trovo un’iperbole)
see ya
Archiviato in: Stati | Tag: integrazione, lewisham, londra, razzismo, venerdì sera
Il tempo del sole pare terminato o forse è in pausa da troppo lavoro nei giorni scorsi. In effetti era un caldo porco e i mezzi pubblici erano infernali quanto ineliminabili saune con ruote. Mi sono quindi risolto ad andare in giro non preoccupandomi troppo degli odori esalati dai miei abiti. Siamo a Londra, no?
Ora un bel cielo gonfio e nuvoloso incombe su questo venerdì mattina ed io – rigorosamente senza ombrello – sono felice. Ho già telefonato al mio boss vicentino e mi sono sfogato un poco. Ho fatto la vecchia suocera che sparla ma trattenendo i commenti più brutali su talune soggette che animano le mie giornate. La tentazione di ferirle mortalmente con scarne sprezzanti parole è sempre forte. Resisterò.
Quando sono sull’autobus – circa 7 o 8 volte al giorno – mi sento sempre di buon umore. La popolazione di colore di quest’area mi rallegra, soprattutto i bimbi. Quanto sentimentalismo che vi sbrodolo. Ma questo amato e dannato Lewisham – Catford è anche patria di enormi difficoltà razziali. I racconti degli episodi di violenza di cui mi ha reso partecipe la mia host mother mi hanno ricordato che è sempre difficile intuire la realtà delle cose oltre l’apparenza. La complessità è sempre così intrigante e inafferrabile.
Chissà che oggi riesca ad andare a trovare una mia amica a Central London, bermi un caffè, parlar male dei miei pupilli e poi attenderli per la nostra prima uscita serale a Londra. Se non vedete più aggiornato questo blog, significa che qualcosa è andato storto. Ehehe
cheerio
Dopo 4 ore dal nostro arrivo a Londra avevo già perso 3 ragazzi.
Dopo 6 ore eravamo già in ritardo di 1 ora sull’orario di rientro.
Dopo 10 ore già ricevevo chiamate disperate di ragazze perse in strade che non conoscevano, che, non sapendo dove abitavano, in lacrime chiamavano la famiglia. Ricevevo a ciclo continuo telefonate e sms da ogni fronte: non riconoscevo ancora nessuno.
Dopo sole 19 ore il mio capo mi svegliava dicendo di andare immediatamente a prelevare le due ragazze abbandonate a se stesse con una malevola famiglia ospitante. Io mi infilavo impantaloni, mi scusavo ancora assonnato e mi fiondavo fuori di casa, prendendo direzioni causali, dato che non avevo avuto ancora il tempo di capire dove abitassi, di comprare una cartina e di rendermi conto che ero sveglio.
Dopo 20 ore e poco più ero a casa di estranei, pregando per un caffè e parlando con una mama caraibica buddista di come la camera delle signorine fosse ritenuta troppo polverosa. Strappavo quindi con forza le suddette principesse shopping alla terribile magione.
Dopo 22 ore conosco almeno 3 persone di 3 uffici diversi a cui concedo il numero della nuova sim inglese che da allora non smette di funzionare. Triangolo con l’italia, gli uffici e i miei pupilli, che placidi come le vacche al pascolo se ne vanno a fare inutili quanto costosi acquisti.
Vado con alcuni al museo, ma ritorno correndo e bestemmiando contro i treni locali che mi impongono una corsa affaticante in nome della maledetta puntualità: titanica lotta tra convenzioni sociali e le forze brute della natura – i trasporti urbani. Nel mentre sento sfumare dalle mie mani la possibilità del concerto più bello dell’anno, il mio ascoltatissimo Patrick Wolf a Camden.
Alle 19 del primo giorno ero a tavola con la mia host mother che mi parla e poco mi ascolta e realizzo che il concerto è sfumato. rimarrà traccia indelebile nella mia relazione con le due giovini arroganti ragazzine dell’alto vicentino. Non riuscirò mai a guardarle senza pensare al mancato concerto. Chiamavo quindi l’amica in Londra e me ne andai a prendere del vino.
Poi ho compiuto gli anni, sono stato all’opera, ho sentito storie su quest’area africano-caraibica, vivo in una casa con una stazione radio reggae dentro, assumo un accento jamaicano, giro come una trottola e sbrigo sempre queste inutili faccende per i miei pupilli un po’ troppo pigri. I libri sono ancora lì, con mio sommo senso di colpa.
More to come – that’s for sure.
cheerio