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“Sono tutto un rattoppo. Ma tranquilli, lo scotch è all’interno”
(image from a postcard by www.theschooloflife.com)
Qualche settimana fa, e qualche post or sono, molte inutili novità si affacciarono alla mia vita quotidiana. Nessuna opportunità e pochi imprevisti, tutti del calibro della pedonalizzazione della zona del duomo in Firenze. Insomma ‘na chiavica.
A quegli episodi vi aggiungo ben due altri semi-avvenimenti, risalenti appunto a quel periodo fecondo. Fecondissimo.
Nel periodo medesimo mi è capitato per la prima volta di andare da un parrucchiere. Sì, nella mia vita mi era capitato ma erano una manciata di anni che non approdavo in un negozio di parrucchieri. Come facevo prima poco importa, ma forse spiegherebbe qualcosa della mia miseranda vita personale. Non addentriamoci, che pagai un analista appositamente. Impossibilitato a risolvermi nella solita maniera casalinga, fatte indagini di mercato – tipo “oh, ma tu da chi vai? – alzai la cornetta presi un appuntamento telefonico. Ma poi lo anticipai: avevo il pregiudizio che in questi negozi del capello, dai nomi drammaticamente fantasiosi, il concetto di puntualità non fosse simile al mio. Pregiudizio non smentito. Ma nemmeno Trenitalia lo condivide, comunque. Altro pregiudizio: questi diavoli con le forbici in mano non capiscono una ceppa di quel che vorresti ti fosse fatto. Altra mancata smentita. Ma a questo ero in fondo preparato, quattro saracche e me la sono messa via. Ma caro il mio Davide tagliacapelli, te non mi rivedi.
Quello a cui però non ero abituato era l’aspetto sociale. Il fatto è che si deve far conversazione, sempre. Questi parlano, ti chiedono, parlano, si rispondono. I miei monosillabi non soddisfacevano davide tagliacapelli che imperterrito parlava e, ancora, parlava. E mi chiedeva della lozione che rienrgizzava la cute, delle mie frequetazioni in Disco, e chissà cosa altro che rimossi seduta stante. Lasciam perdere il “cosa fai nella vita?” a cui risposi “studio all’università, sono in tesi…”. Lui s’è sbiancato in volto e ammutolito. Lo so, Davide tagliacapelli, che preferivi la signorina prima di me. L’avevo capito quando, nel tuo fluente dialetto avevate disquisito amorevolmente dei cazzi di tal Andrea, della sua droga e della sua vita di non giovane vicentino. Lo avevo inteso quando, mostrando con fierezza il risultato multicolor di una installazione tricologica sulla testa di quella poveretta di ragazza, lei esultante e stridula ti disse “Wow, che stupendo!”. E io basito mi abbandonai al friccorore di ’sto cazzo di balsamo alle erbe alpine.
Sempre in quell’intorno di tempo, sono stato al Centro per l’Impiego della mia città. Ora quella denominazione è la versione riveduta e corretta di quello che fu l’ufficio di collocamento. Anche qui prima volta: un po’ perchè sono restio all’impiegarmi un po’ perchè insisto nel voler essere uno studente. Ma per motivazioni familistiche e così via ci sono andato. Già pioveva, e quindi ero mal disposto. Anche la previa telefonata all’ufficio non mi aveva rillassato granché: “Lei è di Vicenza? Bhe allora venga qui” E sti cazzi.
Arriviamo, e lì pareva veramente il barcone degli sfollati. Ora dovete sapere che esso si trova in una zona un po’ sfigata della città, non che sia periferia, anzi, ma è solo dimenticata da Dio. E dalle amministrazioni locali. La fila fin da fuori, stanzone con neon e due tavoli, nessuna indicazione, cartello o segnale. Un box che fungeva da sportello con l’addetta più antipatica dell’emisfero nord. E lei aveva freddo povera crista e voleva chiudessimo la porta. E io sostenevo il simpatico immigrato dietro che diceva: “E noi non abbiamo freddo qui fuori?” Certo qualche giro di colluttorio fra i presenti avrebbe reso l’attesa più amena, ma capisco che talvolta non sono priorità.
Scoprimmo poi che dietro quella prima stanza si trova un grande ingresso con scalinata e ampio spazio. Beffa. Comunque leggo che ora si trasferiranno altrove. Fremente, attendo.
Amorevoli, dopo una piacevole settimana torinese, torno a casa e trovo questo articolo su Repubblica.it. Che dire? Ho riso grassamente, un altro bel sorriso mi è spuntato e ho gongolato un poco.
“renditi conto che non sai leggere”
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Ieri, 9 novembre 2009 correva il ventennale dalla caduta del muro di Berlino. Ce lo hanno ricordato tutti i notiziari televisivi e quasi quasi anche Verissimo stava per fare uno speciale. Si sono prontamente fermati. Credo che fosse troppo difficile spiergare alla soubrette di turno che glie toccava di commentare il significato dell’espressione “cortina di ferro”.
Non c’ho avuto cuore di lasciar passare la data senza una mia mezza parola. Di argomenti decisamente scontati e altrettanti francamente scorretti quanti inutili se ne sono sentiti a iosa. Sì a iosa (che io abbia una predilezione per le espressioni francamente vecchie e fuori moda è assodato, quindi mettetevela via). Ma io ci sono attaccato a questa data e a quella città. Vuoi perché la mia tesi si occupa di guerra fredda, vuoi perché sono anni che ho la fissa della DDR e della Stasi – qui ricordo che anni fa taluni si sono scordati di restituirmi un libro di A. Funder sull’argomento; l’infame lo faccia recapitare qui ché ancora mi duole – con tutte i racconti di spie e tutto quello che mio chiamo Gossip storico; vuoi ancora perché c’ho dei sentimenti verso quella città: da quando la visitai la prima volta 6 anni fa non ho smesso di tornarci e aggiornare la mia mappina con i bar più belli – pur vero che mi accomodo facilmente io.
Riprendere Berlino significa ora per me personalmente riacquistare quella straordinaria sensazione di continua ricerca e scoperta che era così forte in periodi esteri e fecondi. Senso di potenzialità che questa micragnosa città stenta così tanto ad elargire.
Riprendere Berlino sta ancora a significare riprendiamoci il significato del muro e della sua caduta. In un momento in cui squallida retorica dell’audience politico e dello spettacolo abusa della storia e dei suoi termini non rimane, per quelli che amino la critica, di riprendere Berlino. Illustro cosa la mia città offre sul tema. Leggo dal quotidiano locale di oggi che la provincia con patrocinio della regione ha finanziato una pubblicazione in 11.000 copie di un libretto di 45 pagine a titolo: “Europa: unita, libera, forte” a tema Muro, Europa di oggi e tante care cose. Destinatari sono i bimbi di 4° e 5° superiore a cui verrà distribuito e che, poverini, nulla sanno, mentre mittente l’associazione Strade d’Europa, che l’articolo mi illumina essere nata un quattro anni fa “nell’area della destra giovanile di Alleanza Nazionale”, presieduta da Michele Bonanno. Si specifica inoltre che la prospettiva della narrazione (storica?) è quella del “nazionalismo identitario e tradizionalista di chi promuove l’unità politica e non solo economica del continente, ma vuole che la comunità internazionale si attui come Europa delle Nazioni”. Ditemi voi di che puzza. Autore – e qui si raggiungo il climax – pare essere tale Andrea Guglielmi che, come dettagliato dal telegiornale locale ier sera (eh sì, c’è pluralismo d’informazione qui) e ragionevolmente confermato dalla foto corredata all’articolo, pare avere 22 anni. Famo 21 o 23, poco cambia. Sempre stasera in un albergo in zona Est alle 20 ci sarà incontro per ulteriormente esplicare il tema. Spero vivamente di trovare accompagnatori.
Questi in sintesi i dati. E ora i miei commenti. Porco cazzo, com’è possibile che io stia incontrando tutti ‘sti problemi per i fondi per un libro di storia urbana sulla città sponsorizzato dal locale istituto storico con 4 professori universitari e una dottoranda e ‘sto signorino si fa pubblicare 11 mila copie??? E ancora, porco cazzo, com’è che io con una tesi di laurea triennale e una quinquennale in scrittura ancora avrei degli scrupoli a scriverne? Com’è che all’assessorato alla cultura del comune m’han detto “no soldi per pubblicazioni” e invece la provincia sembra averne anche per … pubblicazioni di modesta entità. Queste le mie tesi sul libercolo che stasera o quando lo avrò fisicamente in mano verrano a mio avviso confermate.
Una nota sentimentale: è deludente e triste vedere come la Storia venga abusata così brutalmente sotto i miei occhi. Per questo Riprendere Berlino.
(ovviamente ci si scusa con gli Afterhours per l’abuso di citazioni della loro omonima canzone)


