I guess i’m like Tom


Wow, che stupendo!
26 novembre, 2009, 1:55 pm
Filed under: Stati | Tag: , ,

Qualche settimana fa, e qualche post or sono, molte inutili novità si affacciarono alla mia vita quotidiana. Nessuna opportunità e pochi imprevisti, tutti del calibro della pedonalizzazione della zona del duomo in Firenze. Insomma ‘na chiavica.

A quegli episodi vi aggiungo ben due altri semi-avvenimenti, risalenti appunto a quel periodo fecondo. Fecondissimo.

Nel periodo medesimo mi è capitato per la prima volta di andare da un parrucchiere. Sì, nella mia vita mi era capitato ma erano una manciata di anni che non approdavo in un negozio di parrucchieri. Come facevo prima poco importa, ma forse spiegherebbe qualcosa della mia miseranda vita personale. Non addentriamoci, che pagai un analista appositamente. Impossibilitato a risolvermi nella solita maniera casalinga, fatte indagini di mercato – tipo “oh, ma tu da chi vai? – alzai la cornetta presi un appuntamento telefonico. Ma poi lo anticipai: avevo il pregiudizio che in questi negozi del capello, dai nomi drammaticamente fantasiosi, il concetto di puntualità non fosse simile al mio. Pregiudizio non smentito. Ma nemmeno Trenitalia lo condivide, comunque. Altro pregiudizio: questi diavoli con le forbici in mano non capiscono una ceppa di quel che vorresti ti fosse fatto. Altra mancata smentita. Ma a questo ero in fondo preparato, quattro saracche e me la sono messa via. Ma caro il mio Davide tagliacapelli, te non mi rivedi.

Quello a cui però non ero abituato era l’aspetto sociale. Il fatto è che si deve far conversazione, sempre. Questi parlano, ti chiedono, parlano, si rispondono. I miei monosillabi non soddisfacevano davide tagliacapelli che imperterrito parlava e, ancora, parlava. E mi chiedeva della lozione che rienrgizzava la cute, delle mie frequetazioni in Disco, e chissà cosa altro che rimossi seduta stante. Lasciam perdere il “cosa fai nella vita?” a cui risposi “studio all’università, sono in tesi…”. Lui s’è sbiancato in volto e ammutolito. Lo so, Davide tagliacapelli, che preferivi la signorina prima di me. L’avevo capito quando, nel tuo fluente dialetto avevate disquisito amorevolmente dei cazzi di tal Andrea, della sua droga e  della sua vita di non giovane vicentino. Lo avevo inteso quando, mostrando con fierezza il risultato multicolor di una installazione tricologica sulla testa di quella poveretta di ragazza, lei esultante e stridula ti disse “Wow, che stupendo!”. E io basito mi abbandonai al friccorore di ‘sto cazzo di balsamo alle erbe alpine.

Sempre in quell’intorno di tempo, sono stato al Centro per l’Impiego della mia città. Ora quella denominazione è la versione riveduta e corretta di quello che fu l’ufficio di collocamento. Anche qui prima volta: un po’ perchè sono restio all’impiegarmi un po’ perchè insisto nel voler essere uno studente. Ma per motivazioni familistiche e così via ci sono andato. Già pioveva, e quindi ero mal disposto. Anche la previa telefonata all’ufficio non mi aveva rillassato granché: “Lei è di Vicenza? Bhe allora venga qui” E sti cazzi.

Arriviamo, e lì pareva veramente il barcone degli sfollati. Ora dovete sapere che esso si trova in una zona un po’ sfigata della città, non che sia periferia, anzi, ma è solo dimenticata da Dio. E dalle amministrazioni locali. La fila fin da  fuori, stanzone con neon e due tavoli, nessuna indicazione, cartello o segnale. Un box che fungeva da sportello con l’addetta più antipatica dell’emisfero nord. E lei aveva freddo povera crista e voleva chiudessimo la porta. E io sostenevo il simpatico immigrato dietro che diceva: “E noi non abbiamo freddo qui fuori?” Certo qualche giro di colluttorio fra i presenti avrebbe reso l’attesa più amena, ma capisco che talvolta non sono priorità.

 

Scoprimmo poi che dietro quella prima stanza si trova un grande ingresso con scalinata e ampio spazio. Beffa. Comunque leggo che ora si trasferiranno altrove. Fremente, attendo.

 

 


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