I guess i’m like Tom


Sono passate le paure felici. Ne sono arrivate altre. [Con te l’unica cosa che funziona è non parlarti (cit.)]
23 luglio, 2010, 6:04 pm
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A la mémoire d’Anna,

ma femme bien-aimée.

Da una dedica su un libro del fondo giuridico che sto catalogando.

Volevo solo dormirti addosso. Volevo anche dormirti addosso. Alla fine l’ho fatto, sentendomi bene, limitrofo a te, vagamente adeso alla tua spalla. Non so ancora bene se fosse poi così essenziale che fosse tua la spalla. Era pur sempre un arto, ricoperto da maglietta nera, attaccato ad un corpo che respirava lento, forse per un momento soltanto, pacificato. Immaginavo un universo di pensieri, che per un istante ho desiderato infiltrare. Tuttora incuriosito, rimango però qui, saldo sul ciglio di quella voragine che temo potrebbe aprirsi se solo chiedessi, volessi indagare il tuo universo ben custodito. Mi arrampico sulla ragionevolezza. Lì voglio rimanere, abbarbicato.

Era una di quelle domeniche mattina d’inverno – era febbraio sì – tutta grigia, il sonno mi rattrappiva e proprio non c’avevo voglia di andare là, alle domeniche dei produttori locali, di stender la tovaglia sul banchetto, posizionare i nostri libri, le spillette, le nostre cianfrusaglie mal assortite, prendere quei pochi euro, veder sempre i soliti, a cui dover raccontare sempre le sol… «Oh, ma… E chi è questo che è entrato? Uhmm, mai visto prima». «Che faccia incazzata. Oddio, che mi ha guardato? Forse sì». «Interessante; ma non è che lo sto fissando? Merda; vabbè, tanto qui non c’è nulla da fare, almeno questo è qualcosa di divertente da fare». «Ma questo continua a passar qui davanti. Ma che fa? Merda, sta venendo qui». E così inizia il tragicomico.

Il dubbio permane, sulla spalla dico. E mi rispondo sempre e spesso che è meglio per me e per la mia salvezza che ogni spalla sarebbe andata benissimo e, ad essere sensati, la tua di spalla è troppo incasinata, mutevole, incerta. Oltre che non sono per lei. Mi aspetterebbe un perenne stato di autoanalisi indagatrice e paranoica. Me lo ripeto e me lo faccio sempre dire per sentirmi bene e forte, per cercare altro. Di nuovo è questione di orizzonti e di speranze. Illusioni? Lotte.

Ci ho messo tutto l’intero giorno per riuscire a piangere, per far scendere una fottuta lacrima. Hai presente quando lo vorresti, piangere, ma non ce la fai proprio, non ne scende una a cavarla. Poi, alla fine, in un momento si creano le condizioni. Un accidente mi ha fatto nascere un pianto arso, costretto e desiderato da tutto quel tempo. E mi sono sentito felice, perché le lacrime avevano il gusto di tutta la mia volontà di liberazione. Pesavano, ma scendevano. Mi sono allora sentito umano, e normale. Profondo ed inutile, parte di un tutto che vedo e non sfioro.

Iniziai i miei sproloqui da blog sulla scia di un malessere per una persona, interrotti per impegni quotidiani che prosciugano la mia immaginazione e parte di me; torno ora a voler scrivere con una forte urgenza, sulla scia di un’altra persona, come a dire che un ciclo sia necessario. Lo faccio perché mi è mancata la scrittura Non il suo prodotto ma il suo prodursi che mi voleva a soffermarmi un secondo in più e mi voleva a riflettermi, io che non amo farlo, io che in fondo temo di non esserne capace. Ora sono stato costretto a dover scegliere se superare il blocco e scrivere di verità. É un parlare distante, con la paura di aprire un varco, io che non voglio sapere più di quel che mi viene detto e non voglio dire alcunché. Ho scelto di parlare, ma di non rispondere. C’è un rischio in questo mio scrivere di oggi. É annunciato. L’ho enunciato. Sono quindi libero.

Ho riletto cose mie vecchie e mi sono stupito di chi ho trovato. Scrivevo molto per quella necessità di sfogare folli conversazioni afone dirette all’ignaro destinatario. Mi sorprendo come ora, al contrario, cerco di soffocare lo stesso istinto fin sul suo nascere. É una costante battaglia tra quest’istinto un po’ malato, che tanto puzza di psicologia, per non dire psicopatia, contro una razionalità che viene da fuori, straniera ma ma lucida e risolutiva. Mi promette la salvezza e la felicità, un giorno. Io ci voglio credere. Ho scritto aforismi, ammiccamenti, insulti e offese, provocazioni con estrema spontaneità, non credo che il mio cervello le abbia nemmeno pensate. Fluiscono. Ora sono invece ad esplicitare con fatica, a far prosa per dipanare, metter ordine, tutto in un suo posto: me stesso in prima battuta. Rileggo le mie nuove parole e le trovo fredde, verbose e distanti. Sto agendo intenzionalmente su di me. Lo potete avvertire. E cerco le amicali voci che sempre son in grado di sedare inutili voli pindarici e paranoici con lungimiranti chiare visioni. É l’orizzonte che va sempre allargato.

Più di tutto era l’anelito di libertà. Ricordi di un incontro tardi alla sera con tutta la stanchezza del giorno, di sms troppo timidi, di un bacio non voluto, della voce calma, degli occhi, un collo, un fiume, grandi risate, e di un epilogo.


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